Perchè la vittoria “dell’anti-politica”?

Innanzitutto credo sia fondamentale chiarire subito un dettaglio grande come una casa: il voto delle amministrative e la crescita esponenziale del MoVimento 5 Stelle non è sintomo di anti-politica ma di anti-partitismo.

In Italia viviamo da sempre in questo grande equivoco per il quale la politica sono i partiti. La politica è il momento centrale della socialità, l’arte di essere cittadino e da cittadino occuparsi della cosa pubblica, impegnarsi per il bene collettivo. Esiste da sempre, dai tempi dell’antica Grecia ed è giunta fino a noi attraverso varie mutazioni. Poi ci sono i partiti, una grande invenzione del novecento, la casa ed il luogo in cui la gente ci si trovava per fare la politica attorno a degli ideali e ad un pensiero comune.

Personalmente oltre ad essere molto appassionato alla politica e sentirla una cosa viva dentro di me credo in maniera convinta nei partiti e nella loro idea di base, ma sempre tenendo conto che è la prima ad essere la stella polare mentre i secondi sono solo un mezzo per esercitarla nella società massificata in cui tutti devono poterla fare.

Mettere in chiaro determinati elementi risulta utile per evitare di avvolgersi in una sterile discussione sul nulla, nella sterile discussione in cui i media ci hanno costretti nell’ossequiosa volontà di apportare il proprio contribuito affinchè lo status quo resti intatto, è questo il motivo per cui dall’inizio della campagna elettorale hanno continuato a ripeterci che Grillo ed il suo movimento fossero anti-politica fuorviando clamorosamente il discorso: chiunque si occupi del bene e dei problemi comuni fa politica; chi invece in una società partitica critica duramente lo stato delle cose al massimo può fare anti-partitismo.

E perchè così tanti cittadini sono ed hanno dimostrato col voto di essere anti-partitici? Perchè evidentemente i partiti stessi, unici attori della scena politica fino ad oggi, hanno messo la gente nelle condizioni di pensare ciò, la colpa è e può essere solo ed esclusivamente dei partiti. Questa tornata elettorale non ha punito, come vogliono far credere, chi sostiene il governo Monti; quello che si è imputato ai partiti non è stata la cattivata gestione della crisi economica che ci colpisce: se fosse così la Lega non avrebbe perso metà dei suoi consensi essendo la più strenua oppositrice di questo esecutivo. Quello che i partiti pagano è, come al solito, un fenomeno peculiare del nostro paese: la corruzione, l’illegalità, il malcostume diffuso soprattutto nel sistema partitico . L’occupazione delle istituzioni e della cosa pubblica, così come tutti gli annessi e connessi, che ininterrottamente i soggetti politici esercitano da decenni; l’impermeabilità ai sacrifici che dall’inizio dell’esperienza di Monti, contrariamente a quanto accaduto per la povera gente, ha portato a non arretrare di un centimetro rispetto a privilegi ingiustificati ed offensivi; il pensiero fisso di occupare, spartire e mangiare senza badare nemmeno per un istante a fare l’interesse dei cittadini: questo porta all’anti-partitismo. Ovviamente la situazione di grave crisi accelera e amplifica l’esplosione di un fenomeno che esiste da sempre, è sbagliato ma fisiologico che per la gente diventi insopportabile Belsito vice-presidente di Fincantieri piuttosto che venire a conoscenza delle pensioni milionarie di ex manager pubblici che non hanno mai lavorato in vita propria.

Il tentativo, quindi, di accomunare la tornata elettorale italiana a quanto accaduto in Francia e in Grecia è e si dimostra estremamente fuorviante: l’estremizzazione e la radicalizzazione del consenso a cui assistiamo in Europa è frutto di segnali politici e cosa ben diversa dal chiedere che non ci siano più affaristi e traffichini ad amministrare la cosa pubblica … e questa in Italia, purtroppo, è una lotta senza quartiere; perchè se in passato era Berlusconi ad attirare tutte le attenzioni della “questione morale” oggi oltre ai Lusi ed i Penati basta andare in una qualsiasi amministrazione pubblica per riscontrare un sistema di occupazione e spartizione della cosa e dei beni comuni che non conosce distinzioni di colore partitico.

Al centro-sinistra sarebbe bastato proseguire sulla via tracciata da Berlinguer che troppo tempo fa, ormai, aveva individuato nella “questione morale il centro del problema italiano”; via che le avrebbe consentito di essere alternativa all’asse democristiano-socialista prima e berlusconiano-leghista poi rendendo di conseguenza superflua l’ascesa di chi chiede solo e semplicemente una politica fatta dai e per i cittadini, insomma, la normalità. La dimostrazione di quanto dico sono i risultati di De Magistris a Napoli nel 2011 e Olrando a Palermo pochi giorni fa.

I partiti, di contro, hanno ritenuto opportuno fare quadrato tra di loro unendosi sovente in ammucchiate insensate nel tentativo di proteggersi e difendere l’eccesso di cui e in cui si sono incensati, ma la gente non può più accettare di assistere a cambiamenti epocali sulla propria pelle ad a scapito della sopravvivenza effettuati in pochi giorni per poi sentirsi ripetere che la revisione dei privilegi spropositati della “casta” necessità di tempi lunghi: questo è offensivo ed inaccettabile.

Italia dei Valori è nato da più di dieci anni proprio facendosi portatore di determinate istanze, essendo nella sostanza dei fatti, anticipatore in tempi non sospetti di molte battaglie per la buona amministrazione e la departitizzazione della cosa pubblica. E’ per questo che mai potremo tacciare di anti-politica chi si fa portatore di malessere e disagio. 

La degenerazione del mercato

Lo storico greco Polibio, un secolo e mezzo prima di Cristo, analizzando il modello di struttura istituzionale romana definito della costituzione mista giunse a formulare la teoria chiamata dell’ “anaciclosi“, ossia del ritorno ciclico. Secondo la sua visione, il fondamento principale della grandezza di Roma era nella costituzione mista e cioè l’equlibrio tra le tre forme di governo, a suo modo di vedere, buone che erano la monarchia (nella figura dei consoli), l’aristocrazia (nell’istituzione del senato) e la democrazia (negli organi popolari). Continuando la sua analisi, però, condannava questo sistema e Roma a dover subire il dinamismo degenerativo proprio di ogni forma di potere, degenerazione causata proprio da quella che lui definì anaciclosi.

Ritengo quest’analisi di Polibio di grande rilevanza perchè credo si sia dimostrata vera nei fatti; e per quanto ovviamente diventi necessario adattare le linee guida del suo pensiero a seconda dei casi possiamo riscontrare la sua teorizzazione in vari momenti della storia dell’umanità. E’ incontrastato l’assunto per cui anche nella concezione dello stato moderno esistano vari poteri e così come incontrastate sono le tutele sancite con il costituzionalismo che vogliono questi poteri indipendenti e liberi tra di loro; questi elementi richiamano chiaramente l’equilibrio romano dei poteri fotografato da Polibio; così come la storia ci riporta la tendenza degenerativa dei poteri, dall’esasperazione del potere legislativo francese post-rivoluzionario alle forzature dei poteri esecutivi nelle varie esperienze totalitarie europee degli anni ’20 e ’30. Insomma di esempi ve ne sono e quindi possiamo pacificamente affermare che i caratteri rilevati da Polibio possono essere in vario modo ed a vario titolo applicati all’intero percorso storico, anche a quello moderno e contemporaneo.

Ed è così che arriviamo direttamente ai giorni nostri. Scenario: termine della seconda guerra mondiale. I paesi c.d. occidentali cominciano, in varie forme e modalità, a collaborare tra di loro per contrastare il nemico socialista e creare una situazione funzionale alla pace duratura tra i popoli, è per questo che viene a formarsi quell’equilibrio tra diversi poteri proprio come nell’analisi dello storico greco. Facendo le dovute aggiustature, trasferendo l’analisi da uno stato ad uno scenario mondiale, da istituzioni classiche a nuove forme di organismi, riusciamo a trovare da una parte gli stati impegnati a temperare le tendenze nazionaliste e autarchiche tipiche delle dittature fasciste e naziste, stati quindi impegnati in uno slancio di apertura; dall’altra parte, invece, i nascenti organismi internazionali volti a sopperire agli errori degli stati precedenti al conflitto mondiale(l‘ONU ma soprattutto gli organismi della sfera economico-finanziaria come il FMI, la Banca mondiale e quello che poi diventerà il WTO); infine troviamo il regime economico prescelto per la realizzazione di tutto ciò: il libero mercato, paradigma dello sviluppo dei diritti individuali in netto contrasto con le visioni organicistiche proprie di ogni dittatura. Questo, credo, possa essere ritenuto il punto di partenza, quell’equilibrio pensato per dare al mondo giorni migliori .

L’anaciclosi, però, è in agguato e così come  non lo furono i romani anche i contemporanei non sono stati esenti dal “dinamisno degenerativo” . Credo sia importante prestare attenzione ai poteri in campo contestualizzati nella loro condizione e con le loro “tendenze” del momento, quelle sottolineate prima. Quella è la degenerazione che subiranno: gli stati tenderanno a dissolvere la propria sovranità sovrastati dalle nuove istituzioni sovranazionali sempre a caccia di maggior potere, soprattutto nelle vesti della Banca mondiale, del Fondo monetario Internazionale e di quello che poi diventerà il Wto, impegnati in una vera e propria lotta contro i poteri statali per far spazio alle relazioni tra gli agenti di mercato. Per quanto riguarda il regime di sviluppo, il libero mercato, la degenerazione si manifesta nel momento in cui vi è il passaggio da sistema/mezzo per permettere lo sviluppo e la tutela dei diritti individuali a sistema/fine ultimo dell’organizzazione mondiale, struttura in funzione della cui salute tutto è lecito, che si trasforma in totalitarismo passando ad essere regime che intende l’essere umano come cellula e componente del proprio organismo e scordandosi che il suo fondamento risiedeva proprio nella tutela dei diritti individuali in piena opposizione alla visione organicistica.

Ecco fatta la fotografia del mondo attuale, frutto della risposta reazionaria degli anni ’80 alle istanze dei decenni precedenti che ha portato all‘accellerazione di tutti quei processi per cui gli interessi generali e collettivi vengono sovrastati da quelli “privati”, ossia degli agenti del mercato; sistema in cui gli organismi sovranazionali creati dagli stati hanno schiacciato gli stati stessi sostituendo la rappresentanza democratica in una giungla fatta di non regole in cui a vincere è sistematicamente il più forte; “equilibrio” in cui la caduta dell’Unione Sovietica ha rappresentato l’affermarsi di alcuni concetti incontrastati: ordolibersimo, turbocapitalismo, supremazia del mercato cancellazione della collettività e dei diritti dell’individuo. Ed allora ci si ritrova in una realtà in cui il Fondo monetario piuttosto che il Wto sono voci giuste ed autorevoli alle quali uniformare e sottomettere le proprie politche, giustificazioni sufficienti per imporre alle popolazioni politiche inaccettabili e indegne così come sta accadendo in Grecia, in Portogallo ed anche in Italia; questi organismi hanno creato istituzioni giuridiche con un loro proprio paraordinamento e con delle pararegole bypassando con la moneta ed il potere economico secoli di lotte, guerre, crescita culturale, filosofica e politica, insomma, tutto quello sforzo che avrebbe dovuto portare l’uomo a creare un mondo migliore.

Invece quello che ci è stato prospettato come mito di progresso e sviluppo si è rivelato il nuovo schiavismo … e noi oggi siamo a tutti gli effetti i nuovi schiavi.

Facciamo l’Europa giusta

E’ il tormentone di questi mesi: ce lo chiede l’Europa. La base, il fondamento, la spinta, la giustificazione del programma di interventi e riforme che i vari governi dei paesi in difficoltà dell’Unione stanno portando avanti è fondamentalmente questo; e visti i sacrifici con buona ragione ci si chiede se ne valga veramente la pena, ci si chiede se ancora sia opportuno stare in quest’Europa.

Io sono fermamente convinto che la fase politica che il vecchio continente sta attraversando sia la peggiore che le potesse capitare e questo soprattutto per l’essenza fondamentalmente conservatrice dei suoi governanti, di chi sta prendendo le scelte e pianificando la strada da seguire. La tendenza a guardare agli interessi del proprio orticello, che si può chiaramente denotare dalle posizioni della Merkel, è caratterizzante del conservatorismo, appunto, e non trova alcun contraltare tanto da essere in maniera indiscussa accettata da tutti. E’ in questo modo che si sta facendo apparire ai cittadini di quei paesi in difficoltà l’Europa come avversario e non alleato, come ostacolo e non opportunità. Ma non è solo questo il punto, la colpa non può essere addossata tutta ed esclusivamente al fatto che il potere lo detengano destre. Il problema risiede anche, e forse soprattutto, nella struttura che a livello europeo e in alcuni casi anche mondiale ci si è dati anche con la complicità, ed a volte con il concorso, di una sinistra che ha smarrito la propria essenza.

Al centro del dibattito politico italiano vi è in questi giorni la riforma del lavoro e con essa la questione concernente l’abolizione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Leggendo le dichiarazioni politiche mi ha colpito una frase in cui sostanzialmente si imputava la scelta sulla vicenda dei licenziamenti alla volontà del governo di dare “lo scalpo del sindacato” alla BCE. Questa espressione, sostanzialmente vera, l’ho trovata agghiacciante oltre per la crudezza dell’immagine per la sua essenza: l’agenda politica del governo di un paese formalmente ancora sovrano è dettata da una “istituzione” non espressione della volontà popolare. Non scopro nulla di nuovo, d’altronde è quanto stiamo riscontrando anche con l’attività del Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Sollegandoci dalla realtà e mettendo la questione sotto un piano prettamente filosofico possiamo affermare, tanto per rinfrescarci la memoria ed avere ben chiare alcune strutture precise, che per la propria intrinseca caratteristica di fare l’interesse della società civile, sono le assemblee elettive gli organi per antonomasia incaricati ad esercitare le scelte politiche e la sovranità popolare. Detto questo si spiega chiaramente perchè non sia opportuno che istituzioni come BCE ed FMI si occupino delle scelte politiche dei paesi, non a caso anche formalmente (ma non materialmente) non sono state dotate dei mezzi operativi per fare ciò, in parole povere non è il loro compito.

Ciò che trovo difficoltoso, quindi, è scovare il fondamento ideale di questa acquisizione di compiti. Diventa addirittura offensivo pensare che tutto ciò possa accadere nella culla della democrazia, nel continente che ha dato i natali alla forma di rappresentanza democratica nei termini in cui la intendiamo noi, nei teatri in cui più vive e ricche sono state le disquisizioni filosofiche che hanno condotto alla convinzione per cui il popolo è sovrano.

Nella volontà di chi intraprese la strada dell’avvicinamento sempre maggiore delle nazioni europee vi era senz’altro la volontà di creare i presupposti affinchè nel futuro non vi fossero più occasioni che portassero a conflitti di ogni tipo; l’esperienza delle due guerre mondiali aveva segnato in maniera indelebile quella generazione che si volle impegnare a delineare le modalità che avrebbero potuto assicurare la pace per l’avvenire. E’ in modo spavaldo che oggi si sta mettendo in discussione questo, è con arroganza che le strutture economico/finanziare stanno fagocitando pezzi di competenza spettanti alla sovranità del popolo, è con stucchevole arrendevolezza che la rappresentanza popolare si sta disarmando di fronte alle strutture appena citate frutto nient’altro che della propria evoluzione. E’ la pace innanzitutto che si sta mettendo in pericolo, l’oppressione che molti popoli stanno subendo non è detto non sfoci in rivolte violente, ma anche se ciò non fosse non possiamo ritenere in pace popoli ai quali viene tolta la potestà di decidere chi debba essere a rappresentarli, non possiamo ritenere in pace popoli ai quali viene tolta la dignità.

Lascio ad altri velleità autarchiche, non mi oppongo a processi di avvicinamento prima e di unione poi con altri popoli e paesi, non ho paura dello scambio e, perchè no, non mi spaventa l’idea degli Stati Uniti d’Europa. Non guardo con timore la possibilità che il nostro paese possa cedere dei pezzi di sovranità, il problema è nei confronti di chi effettua questa cessione. Se ad intreprendere le scelte per me è chi mi rappresenta, anche a molte centinaia di chilometri di distanza in più, tutto ciò non mi spaventa. Allora prima di distruggerla questa Europa, prima che diventi invisa a coloro che la compongono, riflettiamo seriamente sulla necessità di trasformarla affinchè diventi finalmente l’unione dei popoli e delle culture europee, unione politica prima e solo come logica conseguenza anche unione economica e monetaria. Ma soprattutto assicuriamoci che questa Europa sia piena zeppa di rappresntanza popolare, che sia l’Unione dei cittadini e che in nome di questi si muova e non, come invece accade ora, negli interessi di pochi tramite strutture dirigistiche di tipo tecnico. Facciamo l’Europa della democrazia e della libertà, l’Europa dello scambio e dell’incontro superando questo mal riuscito assemblaggio di conservatorismi che oggi si presenta. Affermiamo chiaramente che l’unico modello che riteniamo buono ed efficace per noi stessi è la democrazia mentre della tecnocrazia ne facciamo volentieri a meno.

E’ l’unico modo che abbiamo affinchè questa creatura possa veramente vivere.

Regalate una Costituzione al governo tecnico.

Ci casca ancora l’esecutivo dei professori, tralascia clamorosamente il fatto che in Italia esiste una Costituzione.

E’ all’esame della Camera il dl “liberalizzazioni” sul quale il governo ha posto la fiducia, dl sul quale nei giorni scorsi la ragioneria generale dello Stato ha sottolineato come cinque norme non abbiano la necessaria copertura finanziaria. E chi è ad imporre la copertura finanziaria per ogni norma e legge che comporta nuove o maggiori spese per lo stato? La Costituzione, che all’articolo 81, comma 4 recità in questo modo: Ogni altra legge che comporti nuovi o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte. 

Il governo degli esimi tecnici, professori e tanta altra gente di alto profilo dimostra ancora una volta di avere grosse lacune in una delle materie fondamentali per chi si impegna a governare il nostro paese: la Costituzione. Non è la prima volta che questo esecutivo ci casca: a causa di un’altra clamorossissima svista, infatti, in barba all’articolo 34 della Costituzione il governo continua a dimeticarsi di assicurare la copertura delle borse di studio per gli studenti universitari, tutto ciò proprio mentre non rinuncia a spendere 20 miliardi di euro in cacciabombardieri nonostante sempre la Costituzione, all’articolo 11, dica che l’Italia ripudia la guerra.

Ma se quest’ultima chiara dimostrazione di ignoranza ha un profilo prevalentemente politico, la mancata copertura finanziaria delle norme del dl “liberalizzazioni” grida vendetta in quanto disposizione squisitamente tecnico-procedurale.

D’altronde non poteva essere diversamente, un governo fortemente voluto da questo presidente della Repubblica non poteva non avere questa caratteristica; la carta fondamentale, infatti, assegna al capo dello Stato in primis la tutela della Costituzione e dei valori costituzionali, e se Napolitano avesse sempre rispettato questi principi più e più volte si sarebbe dovuto rifiutare di promulgare leggi durante il suo mandato, così come avrebbe dovuto prendere a cuore ed imporsi per le sorti degli studenti meritevoli e privi di mezzi che quest’anno non riceveranno la borsa di studio a causa della scarsità di fondi, allo stesso modo in cui nei prossimi giorni dovrebbe rifiutarsi di promulgare il decreto liberalizzazioni … secondo voi, invece, cosa farà?!

ARTICOLO 18: ma di cosa stiamo parlando?

C’è un gran vociare, di questi tempi, attorno all’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Abbiamo chi vuole la sua abolizione, chi è disposto a modificarlo e chi, invece, sostiene che debba essere difeso e preservato.

C’è chi sostiene che l’art. 18 impedisca il licenziamento anche se c’è poco lavoro, se un lavoratore è nullafacente o, peggio, se è sorpreso a rubare (per parafrasare la presidente degli, guardacaso, industriali Emma Marcegaglia).

Quel che è peggio, però, non sono tanto gli industriali che tirano acqua al proprio mulino od i sindacati, i mass media ed i partiti storicamente più “collaborazionisti” con i poteri forti, ma sono i milioni di lavoratori italiani che, indolenti ed indifferenti, non fanno nemmeno lo sforzo di informarsi su ciò di cui si parla attorno a loro e, nel caso specifico, di un pilastro dei diritti dei lavoratori tanto sconosciuto nei contenuti dai più quanto attaccato e volutamente travisato dai soliti pochi e noti interessi speculativi.

Ma che cos’è l’articolo 18 e, soprattutto, come opera?

Beh, andiamo a leggerlo.

ART. 18. – Reintegrazione nel posto di lavoro.
Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente. In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’art. 2121 del codice civile.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione.
Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore
nel posto di lavoro.
L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata.
Si applicano le disposizioni dell’art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo
camma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo
della retribuzione dovuta al lavoratore“.

L’articolo 18, insomma, disciplina le conseguenze in caso di licenziamento illegittimo (effettuato senza comunicazione dei motivi, ingiustificato o discriminatorio) nelle aziende con più di 15 dipendenti (5 se agricole; si applica anche alle aziende che occupano meno di 15 dipendenti  -5 nel caso di imprenditore agricolo- se l’azienda occupa nello stesso comune più di 15 dipendenti -5 se agricola- e, in ogni caso, se l’azienda occupa complessivamente più di 60 dipendenti).

Non dispone che il licenziamento sia valido solo per giusta causa o giustificato motivo (principio, almeno in parte già riconosciuto dall’art. 2119 C.c. per i contratti a tempo determinato e per i licenziamenti senza preavviso, sancito dall’art. 1 L. n. 604/1966 per i rapporti di lavoro a tempo indeterminato), ma dispone che, in caso di licenziamento senza giusta causa o giustificato motivo, il lavoratore sia reintegrato nel posto di lavoro.

Il giudice, infatti, qualora accerti l’illegittimità del licenziamento per uno dei motivi indicati nella legge suindicata (difetto di forma, ingiustificato, discriminatorio), ordina la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.

Il prestatore di lavoro ha la facoltà di chiedere al datore di lavoro, in sostituzione della reintegrazione nel posto di lavoro, un’indennità pari a quindici mensilità di retribuzione globale di fatto. Oltre all’ordine di reintegrazione, al lavoratore spetta in ogni caso un risarcimento danni che non può essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione globale di fatto.

Nelle aziende che hanno fino a 15 dipendenti, quando risulti accertato che non ricorrono gli estremi del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, il datore può scegliere se riassumere il dipendente entro il termine di tre giorni o pagare un risarcimento da 2,5 a 6 mensilità (indennità può essere aumentata in base all’anzianità di servizio – norma non è contenuta nell’art. 18, ma nell’art. 8 della L n. 604/1966).

La differenza fra riassunzione e reintegrazione è che, nel primo caso, il dipendente perde l’anzianità di servizio e i diritti acquisiti col precedente contratto (tutela obbligatoria).

Insomma, chi vuole convincerci che l’abolizione dell’art. 18 comporti, da un lato, maggiore facilità del licenziamento e, da un altro, incentivi la produttività e le nuove assunzioni, sta dicendo una mezza bugia (od una mezza verità, a seconda di come si voglia prenderla) nel primo caso ed una illogicità nel secondo. La spiegazione è presto data: la maggior facilità del licenziamento deriverebbe esclusivamente dalle praticamente assenti sanzioni a danno del datore di lavoro licenziante senza giusta causa/indennità a favore del lavoratore licenziato senza giusta causa; sostenere che, poi, licenziando più facilmente si possa assumere di più sarebbe come, per dirla con J. Lennon, “fare l’amore per preservare la verginità“.

E’ per questo che sto strenuamente in difesa dell’articolo 18; è per questo che sto più in generale con la CGIL e, oggi 9 marzo 2012, con la FIOM e con i partiti e le associazioni che la affiancano.

I giovani IdV di Padova al Ministro Profumo: – ARMI + CULTURA!

Oggi pomeriggio, a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico a Padova, una delegazione diItalia dei Valori ha consegnato al ministro dell’Università Francesco Profumo una petizione con cui si chiede di destinare i fondi previsti per l’acquisto dei cacciabombardieri F-35 alla Scuola, all’Università, alla Ricerca e al diritto allo studio.

Prima dell’inizio della cerimonia al Bo, Alessandra Menegazzo, iscritta padovana IdV e studentessa in architettura allo Iuav di Venezia, ha consegnato la petizione al ministro Profumo, che si è intrattenuto con lei qualche minuto, con molta cordialità. (nella foto il ministro saluta Alessandra, che gli ha appena consegnato la lettera)

La delegazione dipietrista era formata, oltre che dalla Menegazzo, dall’assessore comunale a Padova Silvia Clai, dal consigliere regionale e segretario provinciale Antonino Pipitone e da Leonardo Villani, studente in giurisprudenza e rappresentante del Dipartimento Giovani IdV. La lettera al ministro è stata firmata anche dall’altro assessore dipietrista, Gianni Di Masi, docente universitario a Padova.

 

(Fonte http://www.gruppoidvregioneveneto.it)

 

L’impegno dei giovani dell’IdV per chiedere la cacellazione degli investimenti militari in favore dell’istruzione e soprattutto  del diritto allo studio è cominciato ormai da molti mesi e sta andando avanti con la campagna +  BORSE – ARMI = DIRITTO ALLO STUDIO! che prevede anche la raccolta firme per un appello in tal senso da rivolgere al ministro Profumo.

Potete seguire la campagna sul sito dei Giovani dell\’Italia dei Valori o sulla fan page facebook + BORSE – ARMI = DIRITTO ALLO STUDIO .

 

 

Petrolio: il punto di non ritorno è ormai superato

 

Abbiamo passato il punto di non ritorno, come Ritorno al Futuro, ricordate?

L’articolo da Le Scienze

 

Si può crescere all’infinito?

E’ stata questa, insieme ad una riflessione sull’opportunità di avere come parametro di misurazione del benessere il PIL, la domanda che mi sono posto durante lo Snow Camp dei giovani dell’IdV tenutosi a Molveno dal 27 al 30 gennaio. In realtà questo quesito me lo pongo da tempo, ma in seguito all’intervento del prof. Manasse che ha trattato il tema delle liberalizzazioni non ho potuto più tenerla solo per me. Il fulcro del discorso esposto dal docente girava attorno alle necessità, per far uscire il nostro paese dala crisi, di crescere ed individuava come soluzione al problema la liberalizzazione dei mercati che sarebbero ad oggi bloccati in Italia. Era una chiara e semplice spiegazione delle teorie basilari dell’economia liberale.

Quello che io mi chiedo, però, è: siamo veramente sicuri che la causa della nostra crisi sia da ricercare in un mercato non completamente libero? Siamo sicuri che la soluzione sia semplicemente ritornare a crescere? Trovare il modo di far viaggiare il PIL? Io una mia idea me la sono fatta ed in base a questa la risposta alle precedenti domande è semplicemente NO! E lo è perchè ad essere in crisi non è solo l’Italia ma tutto il cd. mondo occidentale. Il problema, quindi, è di dimensioni leggermente maggiori e legato all’insostenibilità del sistema di libero mercato che non può che non andare a braccetto con il sistema consumistico. In un modello che vede come obbiettivi da raggiungere e parametri di valutazione del benessere l’aumento del PIL l’unica regola non può che essere la necessità di crescere e produrre sempre più. Ma questo può avvenire all’infinito? Non si rischia di raggiungere la saturazione? Di raggiungere quel punto in cui si sbatte contro il muro dell’inutilità delle sovrapproduzioni? La situazione che viviamo è, a mio parere, anche frutto dell’insostenibilità di un sistema che ha provato a produrre profitto tramite altre strade quando ha constatato che quelle dell’aumento della produttività erano ormai sbarrate. E’ in questo senso che dobbiamo intendere le bolle speculative che una volta esplose sono state la scintilla di questa crisi che sta pian piano travolgendo un sistema fragile nella sua integrità. Per capire l’effettiva impossibilità di sostenere un modello basato sulla continua crescita basta sintetizzare la condizione dei cittadini dei paesi “occidentali”: da soggetti acquirenti/risparmiatori a soggetti acquirenti/indebitati. Qual’è il risultato? La crisi dei mutui subprime e il collasso del sistema liberal-consumistico principe al mondo e cioè quello statunitense. Oltre una certa soglia, insomma, non si può più andare.

Per esplicare tutti i passaggi di questo pensiero bisognerebbe avviare una trattazione in questa sede inopportuna; trattazione che porterebbe necessariamente ad una riflessione anche collegata alla sostenibilità in termini ambientali di questo modello che per produrre sempre più ci induce a “buttare via” anche ogni oltre ragionevole limite.

Io nel mio piccolo ho lanciato una provocazione che poi non è tale; il mio tentativo era quello di stimolare nella mente di tutti coloro che stavano ascoltando un primo piccolo dubbio che potesse condurre ad una più ampia riflessione.

Credo che l’unica cosa che potrebbe portarci ad essere un partito che realmente vuole indicare una strada efficace per uscire dall’impaccio di questa crisi, sia immaginare un modello diverso da quello attuale. Oggi solo poche avanguardie l’hanno realmente intuito; di queste non fa parte alcun partito politico. La nostra vera sfida, soprattutto come giovani, dovrebbe essere quella di stimolare una riflessione che possa coinvolgere tutta la realtà dell’Italia dei Valori portandola a proporre una soluzione che sia oltre il modello ormai obsoleto della crescita e del PIL. Fino a quando i nostri discorsi ruotano intorno a questo stiamo continuando e percorrere le vie sbagliare.

Tutto ciò appare una rivoluzione, ma non sarebbe nient’altro che un primo piccolo passo verso la creazione di un mondo migliore.

P.S. la risposta che non ho ricevuto dal prof. Manasse l’ho trovata in queste parole di Serge Latouche che consiglio a tutti di ascoltare
Intervista a Serge Latouche

Le nuove guerre del petrolio

Il Mar Caspio

Quali sono e saranno le regioni del mondo in cui si combatteranno le prossime guerre per controllare i giacimenti di petrolio e gas, ma soprattutto per controllare il loro trasporto?

Ecco un articolo comparso su Internazionale di gennaio 2012 che spiega egregiamente quello di cui i nostri TG (forse) ci parleranno nei prossimi mesi.

IL CORAGGIO DI SCEGLIERE – tesseramento 2012

Siamo ormai già nel pieno di questo 2012 ma con la passione di sempre!

Le battaglie, l’impegno, la determinazione di stare sempre e comunque DALLA PARTE DEI CITTADINI non mutano ed anzi aumentano sempre più. La volontà di migliorare ed incrementare l’attività al servizio di questo paese è sempre maggiore sospinta dalle belle e significative vittorie del 2011.

Le immagini della vittoria di De Magistris a Napoli o dei referenudm di giugno sono l’emblema della voglia di cambiamento del paese e della vicinanza dell’Italia dei Valori al sentire comune della gente. La raccolta firme per abolire il porcellum e per la legge di iniziativa popolare sul taglio delle province è invece la dimostrazione di voler continuare su questa strada.

E’ per questo che Italia dei Valori è il posto giusto per il tuo impegno civico, per portare il tuo contributo al bene comune e per combattere le battaglie giuste.

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IL FUTURO DELLA PRIMAVERA ARABA – dibattito pubblico

Quale futuro per la primavera Araba? E’ quello che i Giovani Idv del Veneto si sono chiesti.

Proveremo a darci delle risposte Giovedì 19 Gennaio alle ore 21:00 a Padova, sala caduti di Nassiriya, piazza Capitaniato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ospiti della serata saranno:

Niccolò Rinaldi – capogruppo IDV al Parlamento Europeo e vicepresidente dell’alleanza dei Democratici per l’Europa;

Ermanno Martignetti – International Officer dei Giovani dell’Italia dei Valori;

Shady Hamadi -scrittore e giornalista siriano;

Ahmed Daoud – studente italo-tunisino.

A moderare il dibattito sarà:

Riccardo Bottazzo – giornalista di Terra.

 

 

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Pane e Petrolio

Iniziamo con l’argomento che preoccupa i nostri decisori da diversi anni. L’articolo che potete leggere non è per nulla superficiale e permette di capire qual è la situazione attuale e chi sono i principali attori del teatrino.

Il post è tratto dal blog di ASPO Italia.

 

Pane e Petrolio

Di Massimo Nicolazzi

Tratto da Limes 6/2011

1. Dici arabo e magari pensi al pane. Però anche, e forse più spesso, al petrolio. Il prezzo del pane che aumenta ti fa partire la rivolta tunisina. In Arabia Felix e possibilmente altrove il prezzo del petrolio che sale o almeno tiene la rivolta dovrebbe impedirla, o almeno attenuarla. Il pane arabo è fatto col petrolio, o quasi.
In qualche caso oltre al pane ci fanno anche il companatico. In Medio Oriente è palmare. L’Arabia Saudita, anzitutto. L’80% delle entrate fiscali è generato dal settore idrocarburi, che vale da solo il 45% del PIL, e che vale anche il 90% del valore totale delle esportazioni. In Iran (che non saranno arabi, ma con buona pace di Huntington arabi e ariani sono almeno a qualche effetto assimilabili; e a fini di pane e petrolio li terrò assimilati) gli idrocarburi contano per oltre il 50% del budget statale; in Iraq per il 90%; e così a seguire via Kuwait ed Emirati.
Qualcuno la definisce maledizione del petrolio. Curse of oil. E’ l’equivalente macroeconomico del vincere la lotteria. Difficile che chi vince il superenalotto sia preso da un’irrefrenabile bisogno di lavorare sodo e subito. Difficile che chi scopre il dono di Natura di una cornucopia di risorse sia colto dall’ansia di produrre altro. Inutile ironizzare sul clima o teorizzare di civiltà (magari usando il termine come sinonimo inconfessato di “razza”). Capita ovunque e a chiunque. Quando in Olanda scoprirono Groeningen, che poi è uno dei più grandi giacimenti di gas d’Europa e produce ormai da cinquant’anni, gli successe la stessa cosa. Monocultura dell’idrocarburo, e il resto dell’economia tra chiusura e recessione. L’economista politically correct da allora evita curse of oil. Dutch disease è piu’ educato. Financo gentile.
Chiamatelo come preferite. Il fenomeno, se pur con varianti infinite, è abbastanza semplice. Madre Natura, dopo gravidanze in media di qualche milione di anni, ha generato varie discendenze di idrocarburi. Dopo averle generate se le è tenute in pancia; o meglio, per transire dall’anatomia all’economia, ce le ha tenute in deposito. Il petrolio non si “produce”, ma giusto lo si “estrae” dal suo magazzino naturale. La “produzione” in senso proprio e qualche milione di anni di stoccaggio sono economicamente un regalo (le esternalità, if any, sono qui intenzionalmente omesse).
Chi trova petrolio riceve in regalo una “merce”; o comunque un prodotto che gli è trasferito senza costi di produzione e/o magazzino. Svuota, appunto, il magazzino; e vende quello che ci trova. Nessuna meraviglia che il petrolio possa insieme costare pochissimo (fino all’inizio degli anni Settanta dell’altro secolo poco più di un dollaro a barile) e garantire rendite imponenti a chi ne ha e/o produce.
La rendita. Una fonte di energia fossile è un mezzo per produrre energia, o comunque (in senso lato) uno “strumento” di produzione, più che un” prodotto”. Nelle storia è pure successo che ad uso medicinale te ne prescrivessero anche “three teaspoons three times a day”, e pure per via orale; ma di regola il petrolio non si beve, siccome il carbone non si mangia. Il petrolio lo si raffina e si trasforma per farne prodotti che servono a produrre. Carburante per le nostre gomme, o fertilizzante per l’agricoltura, o materia prima per plastiche, o quanto e tanto altro.
Trovi il petrolio dentro un territorio altrimenti dotato dei rudimenti di un’economia e un assetto sociale “moderni” (nel significato corrente dell’Occidente, e absit giudizio di valore), e sai cosa farne. Se hai un apparato produttivo (fabbriche e mercati collegabili con infrastrutture di trasporto e agricoltura meccanizzabile e quant’altro) e ti abbonda un mezzo (straordinariamente efficiente) di produzione sai come impiegarlo. La rendita del Dono fossile la reimpieghi direttamente nel processo produttivo. Elettricità per produrre merci e servizi; e carburante per muoverli; e fertilizzanti e trattori per alimentare quell’altro fattore di produzione (il lavoro) con sempre più pane prodotto da sempre meno uomini. La rendita si trasforma in un minore costo di produzione del prodotto finale. E il produttore ne fa leva per candidarsi a leadership internazionale (non solo commerciale e/o industriale). Per riferimenti, rivolgetevi all’Inghilterra carbonifera del XIX secolo o alla leadership petrolifera americana del XX (nell’immediato dopoguerra, il 60% del petrolio prodotto al mondo era ancora estratto negli Stati Uniti).
La rendita puoi però anche usarla semplicemente come rendita, e tale ti resta. In terminologia moderna significa di regola “convertirla” in spesa pubblica. Improduttiva. Vendo il petrolio e uso il ricavato per sussidi, pensioni e indennità varie. La tentazione può prenderti anche se sei “moderno”. Dutch disease. O se serve un altro esempio, la politica laburista inglese ai tempi delle grandi scoperte nel Mare del Nord. Tassazione dei profitti petroliferi oltre il 90% di aliquota e social welfare senza limiti. Il petrolio usato quasi per ironia per sussidiare anche i minatori del carbone. Da chiedersi quasi se senza il petrolio laburista la Thatcher avrebbe mai trionfato.
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2. La tentazione è forte se il petrolio lo trovi in un tessuto connettivo “moderno”. Irresistibile se lo trovi nel deserto. Inevitabile se nel deserto lo trova qualcun altro. Per decenni e quasi un secolo, la storia del petrolio fuori d’America è (al netto della Russia) una storia dell’espansione petrolifera occidentale. Pochissimo inglese e tantissimo americana. Dalla prima concessione iraniana del 1901 alla trasformazione nel dopoguerra dei giacimenti sauditi nella cinquantunesima stella americana lo schema è lo stesso. Il petrolio è tutto per me e per il mio apparato economico (e militare). E con lui mi porto via la sua rendita; al netto di una qualche royalty (nel 1901 si comincia con il 16% neanche delle revenues ma dei profitti) che lascio nel paese a titolo poco più che di disturbo. La rendita del produttore confluisce quasi per intero, riducendolo, nel costo di produzione del consumatore. Affitto il terreno a prezzi di pascolo; lo coltivo intensivo a frumento; e sul posto non lascio neanche una spiga, che da me il pane bianco si vende caro. Costa meno di un’occupazione militare; e rende infinitamente di più.
Per anni, il tema per i produttori arabi non è perciò come impiegare la rendita, ma (analogamente all’esperienza precedente dei produttori centro e sudamericani) come trattenerla. E poi, in progresso di tempo, come trattenerne sempre di più. Escludendo l’Occidente dal produrre o quantomeno convertendo la rendita sua e delle sue imprese entro i limiti di un normale profitto industriale.
Missione compiuta (o quasi) negli anni Settanta del Novecento. Tra le crisi (o presunte tali) del 1973 e del 1980. In parte per via di nazionalizzazioni. Il terreno non lo affitto più e me lo coltivo io. In parte per revisione radicale dei rapporti con le società petrolifere d’Occidente. La vecchia royalty si converte in strumenti di controllo e programmazione del ritorno sul capitale investito. Il che ad ammortamento avvenuto può consentire al paese di trattenersi anche più del 90% del profit. Via nazionalizzazioni o revisioni, la rendita resta infine laddove si produce.
Insieme succede altro, e forse di più importante. Si appropriano della rendita. Ma anche e in parallelo revisioni e nazionalizzazioni li mettono in grado di controllare la produzione. Come si sviluppa un giacimento, insomma i tempi della semina e del raccolto, diventa decisione del paese produttore e non più dell’impresa. Sono in grado di controllare i volumi; e quindi potendo modulare l’offerta sono o quantomeno si sentono in grado di modulare anche i prezzi. Si sono impadroniti della rendita (quasi) per intero; e adesso potrebbero essere anche in grado di programmarne il valore. Se davvero si può agire su volumi e prezzi, una politica diventa possibile.
Volumi o prezzi. Massimizzare la rendita ricavabile nell’immediato, producendo il più possibile il più velocemente possibile. O distribuire nel tempo, riservando una quota del producibile al futuro. Una politica delle risorse è in ultima istanza la scelta politica di un tasso di sconto. Il tasso di sconto come misura di quanto petrolio mi conviene produrre subito e quanto lasciare in sottosuolo. Se sconto basso, ne salvaguarderò per le generazioni future; e se sconto alto mi converrà produrre tutto il producibile. Se sconto alto difendo i volumi; e se sconto basso col deprimere l’offerta difendo i prezzi.
Tra il 1973 e l’inizio degli anni Ottanta fare politica, e dunque scegliere, gli pare possibile. Però si dimenticano che esiste anche la domanda, e che non è scontato che la domanda sia sempre crescente. E dunque si mettono a difendere insieme volumi e prezzi. La cavalcata è straordinaria e apparentemente inarrestabile. Un barile di petrolio nel 1971 aveva un posted price di un dollaro e ottanta, e buona parte della sua rendita finiva a occidente. Nel 1980 siamo a trentaquattro dollari; e la rendita è trattenuta laddove si produce. La domanda però reagisce. Il consumatore si mette a giocare con i volumi. Non solo nuovi giacimenti altrove (dal Mare del Nord all’Alaska), ma anche cambio di fonti energetiche e inizio del risparmio. I consumi non crescono più. E nel 1988 il prezzo è tornato sotto i 13 dollari e mezzo. E’ la prima lezione. Il petrolio è difficilmente rimpiazzabile con altro. Ma difficile non vuole dire impossibile. Più il prezzo corre, e più il produttore rischia di scoprire che il petrolio è un bene fungibile. Qualunque sia la politica, gli andamenti del prezzo non possono rendersi estranei alla logica di domanda e offerta.
Succede in parallelo un’altra cosa. A provarsi a fare politica non sono i produttori, ma in realtà solo uno. Lo swing producer. L’Arabia Saudita. E’ l’unica all’inizio degli anni Ottanta a tagliare davvero i volumi per difendere i prezzi. Da 12 milioni giorno scende sino a 2,5; e poi, stanca di essere l’unica a tagliare in un’Opec dove tutti gli altri tendono invece a pompare in eccesso, decide di mollare i prezzi e far cassa con i volumi. Passa a 6 milioni di barili giorno in pochissimo. Il prezzo arriva temporaneamente sotto i dieci dollari, ma giusto o sbagliato il messaggio fa la storia. L’Arabia Saudita è l’unico elemento di bilanciamento del sistema. L’unico produttore “indispensabile”.
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3. Tra il 1973 ed il 1980 si compie la conquista della rendita. Adesso la si può usare. La scelta è unanime. La rendita resta rendita. Il dibattito in ipotesi virtuoso su tasso di sconto e salvaguardia delle generazioni future non può nemmeno incominciare. Il produttore arabo ha priorità diverse. C’è da pensare all’immediato della stabilità politica e dell’ordine sociale.
La rendita non confluisce in un costo di produzione, lasciando poi alla produzione di generare reddito. La rendita non alimenta il reddito. La rendita lo sostituisce. Sostituendo il gettito petrolifero alla tassazione ordinaria come forma e fonte principale delle revenues statali; ed alimentando direttamente élite e masse.
E’ il modello dello Stato rentier. O se preferite dell’economia del sussidio. La ricchezza petrolifera redistribuita direttamente in forma di aiuto anzichè trasformata in fonte (mediata dal processo economico) di salario. Col risultato di soffocare l’incentivo allo sviluppo di altro, e di rendere la sussistenza interna sempre più dipendente dal fluire regolare della rendita. E’ la normalità della stagnazione.
Il circolo élite/masse ne è interamente e viziosamente alimentato. In un modello politico dove è men che netta la distinzione tra risorse statali e risorse delle famiglie o tribù o individui che lo Stato governano la rendita è alimento diretto della ricchezza delle élite. E però è anzitutto anche fonte della loro legittimazione. E base del loro consenso. Nell’economia del sussidio le élite giustificano la propria ricchezza elargendo sussistenza (di cui l’ipertrofia del pubblico impiego è elemento comunque compresente). E però al contempo dipendono dalla possibilità di continuare a garantire la sussistenza per la loro stessa sopravvivenza in quanto leadership, quando non anche per la propria sopravvivenza fisica.
La stabilità del regime è predicata sulla stabilità della rendita. Il petrolio è la priorità della politica interna. Ex bitumine imperium. Ex bitumine panem. Se preferite, curse of oil.
Sembra brutto. Però ha retto. Dal 1980 a questa primavera per far saltare un regime c’era voluta un’invasione. Gli altri, con poche eccezioni, belli e stabili; e con l’eccezione confessionale iraniana anche tendenzialmente quando non istituzionalmente ereditari. Se la distinzione tra bilancio statale e ricchezza familiare si fa labile, e sei il più potente solo se sei anche il più ricco, l’esito ereditario è quasi fisiologico.
Poi da primavera scossoni dappertutto. Regimi che saltano e altri che restano, ma anche loro un poco scossi. Le forme nazionali sono diverse. E coinvolgono anche paesi che hanno mutuato l’economia del sussidio pur non essendo grandi produttori in proprio. Magari percepisco male. Ma per come ce la raccontano e vista da lontano sembrerebbe comunque che quelli che non ne hanno (Giordania e Marocco, per non fare nomi) siano stati attraversati da minor sconquasso sociale. Meno Dono, meno maledizione. E però anche altra conferma che tra i motori della rivolta araba c’è anche la crisi del modello rentier. Negli ultimi trenta/quarant’anni qualcosa deve essere cambiato. E forse non è giusto il crescere di fame di democrazia e libertà.
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4. Un primo e trascurato cambiamento degli ultimi quarant’anni è che adesso le masse sono cresciute. Proprio in senso demografico. I cittadini del produttore nel crescere si sono moltiplicati. L’alimento rendita ha alimentato tanto la fertilità che l’aspettativa di vita.
I sauditi vi paiono comunque spopolati, che è tutto deserto. Però una cosa è la densità per metro quadro e un’altra il ritmo riproduttivo. Nel 1970 i sauditi erano 5,7 milioni; nel 1980 9,6; e quest’anno più che 27. In Iran erano 28,5; poi 39 e adesso più di 75 milioni. In Iraq poco più di 10, e poi di 14, e adesso di 31. Non ti cambia di molto in Nordafrica. In quarant’anni l’Algeria è passata da 13 a quasi 37 milioni di abitanti; la Libia da meno di due a quasi sette; l’Egitto (che è stato un esportatore magari solo marginale, ma ha comunque sviluppato una sua variante dell’economia del sussidio e si ritrova ora aggravato dall’essere avviato a diventare strutturalmente importatore) è passato da 35 milioni di persone a più di 80.
La progressione non è costante, ed anzi ha decelerato bruscamente nell’ultimo decennio. I numeri dei tassi di fertilità sono evidenti. La leadership è ormai saldamente africana. I produttori, non appena la rendita ha consentito di sussidiare altro che non fossero le calorie necessarie alla sopravvivenza, hanno abbattuto i ritmi. Su scala magari in alcuni luoghi minore, ma anche qui si è andata confermando la lex aurea dell’Occidente. La crescita demografica come funzione inversa del benessere economico (non a caso, il primo paese non africano oggi in classifica per tasso di fertilità è l’Afghanistan, 13° assoluto con un tasso del 5,9%). Però sino ad una decina di anni or sono ci andavano spediti. Tassi di crescita della popolazione che superavano il 3% all’anno. E tassi di fertilità elevatissimi. Nel 1970 in molti Paesi (Libia, Algeria, Arabia Saudita…) il tasso di fertilità era sopra il 7%. E vent’anni dopo (Arabia Saudita e Iraq su tutti) era ancora sopra il 5%. Oggi siamo qualche volta addirittura in decrescita (1,75 in Algeria e 1,88 in Iran) e generalmente verso crescita zero. Il che è di regola anche un indice positivo di evoluzione della condizione femminile; però non modifica nell’immediato l’emergenza demografica. Chi è nato nel 1990 ha vent’anni adesso.
L’età media della popolazione italiana è di oltre 43 anni. A casa dei produttori siamo di regola tra i 25 ed i 27, con l’Iraq che fa addirittura 18,2 (e mantiene il primato regionale del tasso di fertilità, con il 3,67). Una volta avresti potuto dire che era tutta questione di aspettativa di vita; insomma che l’età media era molto più bassa giusto perchè morivano molto prima. Adesso la forbice dell’aspettativa di vita si è molto ridotta e la differenza di età media è marcatamente inflenzata dall’andamento demografico.
I baby boomers della rendita hanno dai venti (e anche meno) ai quarant’anni. E adesso vanno e contemporaneamente tutti in scena, a sgomitare per pane e lavoro e un’idea di futuro per sé e per i propri figli. Fuor di sussidio non trovano nulla, o molto poco.
Prima della rendita e del boom in qualche pezzo di Nordafrica si riusciva a sussistere di agricoltura. Adesso è esplosa la popolazione e sono crollati gli addetti. La terra coltivabile si restringe e il cibo passa a sua volta sulla bolletta delle importazioni. L’Algeria, che una qualche tradizione agricola ce l’aveva, importa la maggior parte del cibo che consuma; e gli altri anche peggio. Si esporta petrolio anche per pagare il frumento che si importa. Il resto è grande conurbazione. Le braccia si sono moltiplicate, e fuor di pubblico gli impieghi tradizionali si sono ristretti e quelli nuovi sembrerebbero di là da venire. Se spendi la rendita anzichè usarla puoi giusto convertirla nelle sue istituzioni. Urbanizzazione, impiego pubblico e sussidio.
Nell’altro secolo questo pianeta, nonostante il contributo di due guerre mondiali e di qualche migliaio di conflitti, è passato ad ospitare da poco più di uno a oltre sei miliardi di abitanti umani, e in parallelo il reddito pro capite individuale, l’aspettativa di vita e il cibo individualmente disponibile sono aumentati. Senza le applicazioni dei combustibili fossili (dall’energia elettrica ai fertilizzanti agricoli alla locomozione a quant’altro) questo ritmo di sviluppo non ce lo saremmo neppure immaginato. E’ stato possibile perchè il Dono è stato utilizzato, ed utilizzato come motore anche di innovazione e strumento di creazione di valore aggiunto. Come strumento che ha reso possibile aumentare la ricchezza del mondo più che proporzionalmente all’aumento della popolazione (in maniera poi non esattamente egualitaria, ma non è questo qui il punto).
Lo Stato rentier non usa il Dono. Lo consuma. Se gli aumentano i sussidiati non può sperare nell’innovazione o in qualche altra diavoleria per moltiplicare produzione e revenues. Può solo sperare che siano rimasti sotto l’albero dei doni non (ancora) visti; o che una qualche congiuntura gli faccia schizzare il prezzo. Sapendo che produzione e prezzi non aumentano di regola come funzione della popolazione, e che se non è saudita non ha margini per giocare in proprio con volumi e prezzi. L’esplosione demografica ti revoca in dubbio la capacità di poter garantire il pane; e con ciò anche la sopravvivenza dello Stato rentier nella sua forma corrente.
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5. Non solo sono diventati tanti. Si sono pure messi a consumarlo a casa loro. Più la popolazione cresce e più bisognerebbe esportare per sussidiarla. Però anche più cresce e più ne abbisogna per sé e a casa propria. E a volte l’economia del sussidio persino te lo incentiva, il consumo interno (un esempio al limite del paradosso è il sussidio iraniano ai consumi privati di benzina per autotrazione). Metti insieme il bisogno di esportazione con quello di consumo interno, e la crescita della domanda te la puoi raffigurare esponenziale. L’offerta, ovvero la produzione, in molti casi non può crescere neanche linearmente; ed è tanto se non declina già nel breve. Lo Stato rentier si infila in una sorta di variante energetica della trappola malthusiana. In alcuni casi persino con entusiasmo.
Forse non bisognerebbe usare l’Arabia Saudita come paradigma. Sono troppo ricchi e troppo pochi e troppo pieni di petrolio. Magari. Però non sono più pochissimi. E non hanno alcuna certezza (al di là dei proclami) di poter aumentare la capacità di produzione corrente. Non saranno un paradigma; però sono un esempio.
Nel 2000 consumavano internamente circa un milione e mezzo di barili/giorno. Noi in Italia quasi due milioni. In teoria il dato mi direbbe che già nel 2000 il consumo saudita pro capite era almeno del 300% superiore al nostro. Nel 2010, noi siamo scesi a 1,5 milioni di barili/giorno. Loro nel frattempo da 1,5 sono saliti a 2,8. Caveat. Il dato è meno che omogeneo. Loro hanno pochissimo gas naturale (almeno in relazione ai liquidi che producono) e dunque usano il petrolio per fare tante cose diverse dal trasporto (elettricità inclusa) che qui sono invece fatte con altre fonti, gas sempre più precipuamente incluso. Proviamo con un dato più omogeneo. L’energia primaria. Il consumo italiano del 2000 è stato di 176,5 milioni di tonnellate di petrolio equivalente. Quello saudita di 117,9. Nel 2010 noi eravamo a 172; e i sauditi erano arrivati a 201. C’è chi (leggermente) contrae; e chi (quasi) raddoppia.
Proviamo ad applicare a questa progressione un modello business as usual (quelli che per definizione non ci azzeccano mai, perchè l’unica certezza del futuro è che nulla o quasi sarà as usual; ma che comunque ti danno una qualche base per ragionarci sopra). Di questo passo entro il 2030 il consumo interno saudita potrebbe arrivare a 8 milioni di barili/giorno, grosso modo l’80% della produzione del 2010. Se non raddoppiano la produzione (auguri), l’aumento del consumo interno finisce che li erode ben oltre l’aumento della popolazione. Gli tocca cambiare qualcosa nel modello; che sennò c’è rischio che non ci siano più revenues per loro. E neanche petrolio per noi.
Il saudita magari esagera. Ma il trend è piuttosto generalizzato. Se il resto dell’area non ha a sua volta raddoppiato, un balzo in avanti lo ha comunque fatto. Il dato aggregato del Medio Oriente (7,8 milioni di barili/giorno consumati nel 2010) indica un aumento dei consumi pari a circa il 50% in un decennio. Un tasso non troppo lontano da quello indiano; e nettamente secondo solo a quello cinese. In Africa del Nord la cifra assoluta di partenza è molto più bassa. Ma il trend trova perfetta replica, seppure su volumi assai più contenuti (il consumo primario algerino nel decennio passa da 26,8 a 41,1 milioni di tonnellate di petrolio equivalente/anno; quello egiziano da 49,8 a 81; e così in parallelo gli altri).
Dovrei per finanziare il modello esportare di più. E al netto del fisiologico declino produttivo dei giacimenti che ho e della difficoltà crescente di rimpiazzare il vecchio col nuovo, mi capita comunque che per crescita del consumo interno me ne avanzi sempre meno da esportare. Sempre meno margine per manovrare (in aumento) sui volumi. Sempre più speranza che i prezzi si adeguino nel tempo ai bisogni (del produttore). E sempre più certezza, come la recessione post-Lehman ha ricordato a tutti, che il prezzo dipende (anche?) dalla domanda. Il produttore può permettersi una stagnazione, e senza sommosse, solo se l’economia del consumatore cresce.
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6. Si sono moltiplicati i consumatori. Anche di petrolio. Bisognerebbe cambiare modello. Ma non ci si riesce. La dipendenza dal suo generare rendita ha creato assuefazione. E comunque dal modello monoentrata non si evolve in una notte. E la rivolta è adesso.
Alla crisi dello Stato rentier viene così naturale cercare di rispondere con gli strumenti dello Stato rentier. Più sussidio. Più consenso. Solo che per farlo ci vorrebbe un qualche surplus. Il saudita può. E non esita. 36 miliardi di dollari di spesa aggiunti al budget statale a fine febbraio. A marzo re Abdullah ne aggiunge altri 130. E a aprile ritocca i salari di esercito e forze di polizia. I 166 miliardi sono un campionario dell’economia del sussidio. Edilizia popolare, salario minimo garantito, sussidio di disoccupazione, bonus aggiuntivi per studenti ed impiegati pubblici. Loro possono ancora permetterselo. Gli altri molto meno.
La stabilità sociale dipende anche dal prezzo del pane. Ma per certo e per tutti il bilancio statale sta per intero appeso al prezzo del petrolio. Pensioni e sanità e scuola e prezzo del pane appesi ad un’esogena. Imprevedibile, incontrollabile, e soprattutto volatile. Se il prezzo non cresce, la stabilità interna va in pezzi. Già oggi la stima è che il budget saudita stia in piedi se la media del barile non scende sotto gli 88 dollari. E la stima al 2015 è che ce ne vorranno 105. Se vogliono garantire un qualche reddito di sussistenza alla disoccupazione di massa gli altri, dall’Algeria all’Iran all’Iraq, non se la possono certo cavare con meno.
Appesi al prezzo. E sotto la spinta dei baby boomers ormai senza margini di manovra. La stessa Arabia Saudita non potrebbe più permettersi lo swing degli anni Ottanta. E gli altri non possono che produrre tutto, maledetto e subito. La dipendenza ha fatto evaporare la possibilità stessa di una qualche politica. E’ di nuovo volumi e prezzi. Negli anni Settanta magari era anche hybris. Adesso è solo necessità (e istinto) di sopravvivenza.
Guardando alle proiezioni, e alla possibilità che i consumi d’Occidente finiscano per stagnare, viene forte il dubbio che la stabilità mediorientale possa ritrovarsi in questo decennio a dipendere soprattutto dallo sviluppo che viene dall’Asia. L’unica realtà geografica in cui riporre speranza di una crescita di domanda che sostenga i volumi, e perciò anche i prezzi. Se di questi tempi sei appeso al prezzo, finisce (quasi) inesorabilmente che ti ritrovi appeso anche alla Cina.
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7. Essere appesi al prezzo gli fa anche promuovere nuovi concorrenti. Voci d’America, e sempre più energeticamente autorevoli (da ultimo Yergin), gli stanno sbrigativamente annunciando che il baricentro sta per cambiare. Non più Medio Oriente e Nordafrica. La cittadella/epicentro della produzione mondiale trasloca. Da domani, o al massimo dopodomani, il nuovo regno del petrolio si installa nelle Americhe. Il Venezuela ha già messo a libro più riserve dell’Arabia Saudita; and more to follow.
Strana minaccia competitiva, quella delle Americhe. L’esercito che mette assieme, schierandolo da Nord a Sud, non è propriamente d’élite.
Prima le sabbie canadesi. Ovvero catrame. Petroliaccio biodegradato. In open pit devi tirare su con la ruspa due tonnellate di sabbie per tirarne fuori un barile di petrolio equivalente. E poi devi rimetter via le sabbie. O se lo vuoi separare sottoterra e lasciare lì le sabbie ci devi pompare dentro tanto vapore da non immaginartelo. Comunque il prodotto poi lo mandi in raffineria, e prima di infilarlo nel barile ne devi fare petrolio sintetico.
Poi lo shale nordamericano. Quello che è rimasto prigioniero in argille impermeabili. Buchi e non esce niente. Perchè, appunto, è prigioniero. Gli devi fare a pezzi la prigione. Triturare l’argilla. Ad ogni buco che fai, deve pompare ad altissima pressione qualche milione di litri d’acqua per fare a pezzi (“frac”) la roccia.
A seguire. Il bitume del Venezuela. Heavy Oil e Extra Heavy Oil, per essere più professionali. Le riserve che toglierebbero la leadership ai sauditi. Qualche barile si muove persino da solo, che sono quelli che hanno estratto fino ad adesso. Il grosso è talmente pesante e di viscosità tale da avere bisogno di assistenza. O lo diluisci o lo riscaldi; sennò ti giusto ottura il tubo, e non si muove.
Il Deep Offshore del Brasile, infine. O, meglio, Ultradeep. Petrolio di eccellente qualità. Tanto gas, ma i liquidi in prevalenza condensati. Leggerissimi e a quanto si capisce virtualmente privi di zolfo. Il problema è andarli a prendere. Piazzare un mezzo di perforazione sopra 5000 metri di profondità oceanica di acqua; e dal fondo del mare scavare altri 5000 metri di buco per arrivare al giacimento. Costoso, se non altro.
Questa è l’armata che sfida la leadership. Parrebbe Brancaleone, e invece è un campionario (quasi) completo di quel che la vulgata chiama unconventional oil. Schierata contro l’armata d’Arabia. Tutta di truppe scelte. O, se preferite, conventional.
Giacimenti a terra, profondità mai ultradeep, nessuna necessità di trasformarli prima di poterli vendere. E’ vero, per prolungargli la vita adesso anche ai conventional applicano diavolerie assortite che vanno dalla reiniezione di gas o fluidi per tenergli su la pressione alla perforazione di pozzi orizzontali per aumentare l’area utile di contatto col giacimento. Diavolerie che costano; ma nulla in confronto al costo di (ri)fare petrolio da catrame e bitume.
Aumentano i costi di trasporto e di imballaggio del Dono. Però (assai) differenzialmente. L’unconventional ti fa sempre più labile la differenza tra l’estrarre ed il produrre. Il conventional di un grande giacimento tenuto su di pressione o raggiunto in orizzontale è giusto petrolio preso in un magazzino più remoto.
La differenza di costo è evidente. Il costo di produzione del conventional è mediamente una frazione del costo di produzione di quell’altro. No match, verrebbe da dire. Se scoppia un’altro Lehman e il petrolio va sotto i quaranta dollari produrre conventional continua ad essere (mediamente) economico e produrre unconventional (mediamente) no. Se la domanda contrae, il petrolio arabo si salva.
Forse il petrolio sì, ma l’arabo no. Il break even del produttore non è basato sul costo di produzione, ma sul costo sociale. Insomma sulle esigenze del budget statale (chi volesse vedervi una qualche analogia tra meccanismi di costo dello Stato rentier e meccanismi di costo del kombinat sovietico è libero di sbizzarrirsi). La tensione sul prezzo rimette in gioco chi economicamente ne sarebbe fuori. L’unconventional delle Americhe si è sviluppato anche quando la domanda si contraeva. E’ la ripetizione della lezione degli anni Ottanta. A 1,80 dollari a barile nessuno si sarebbe sognato di produrre off-shore dal Mare del Nord (tranne marginalissimi casi). A 10 erano già in fila; e a 34 l’Alaska era diventata Bonanza. La frontiera dell’unconventional, per le modalità che la rendono economicamente accessibile, è il Mare del Nord di adesso; però con riserve di una qualche potenza più grandi.
Sono diventati troppi per riuscire a sussidiarsi. E hanno cominciato a usarne troppo per essere sicuri di avanzarne abbastanza per il sussidio. Tutti a fare il tifo per il prezzo. Per poi accorgersi che il prezzo che sale stimola pensieri e produzioni unconventional (per non dire di quelle alternative). Donde il dilemma prossimo venturo del rentier. Se tira il prezzo stimola la sostituzione del Dono; se non lo tira stimola la sostituzione di se stesso. Abituiamoci, se ancora non l’abbiamo fatto, alla volatilità. E anche all’idea che per il rentier i 100 dollari a barile non sono ricchezza. Sino a quando non gli sarà riuscito di assorbire il baby boom, i 100 dollari rischiano di essere giusto la condizione della sopravvivenza. Poi magari se il prezzo funziona e la crescita demografica va in negativo finisce pure che un qualche rentier ti sopravvive. Arrivederci al prossimo decennio.
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8. La parabola dello Stato rentier. E tre idee che potrebbe farti frullare per la testa.
La prima è che se il produttore è un rentier la sicurezza energetica è anzitutto un suo problema di politica interna. Chi smette di vendere muore. E se smettono di vendere è di regola perchè guerra o rivolta sociale gli hanno bloccato (temporaneamente) i terminali.
La seconda è che (con la grandissima eccezione degli Stati Uniti) sedere sul petrolio fino ad oggi ha portato fortune più che fortuna. O per dirla diversa (e reiterando l’eccezione) che sino ad oggi conosciamo un unico modello di sviluppo basato sul petrolio che abbia avuto successo. Quello dei consumatori.
L’ultima è la più scontata. La rivolta araba è anche il segnale che il modello è consunto. Le sue dinamiche interne di evoluzione e l’evoluzione stessa del mercato energetico sembrano segnalare una fine vicina (seppure magari non imminente). Bisognerebbe trovare per tempo un modo per riavviare la possibilità di una politica. Della scelta di un tasso di sconto e progressivamente di un diverso modello di sviluppo. Facile, ed ecumenico. Però già aiuterebbe se intanto l’Occidente o la Cina investissero sull’idea che il migliore modo per sedare la propria dipendenza dal petrolio consiste nel diminuire la loro.